VOLLEY D’OLIMPIA - di Carlo Alberto Cova

 



È andata come la maggior parte di noi sperava non finisse, come qualcuno temeva e come una minima parte auspicava, per uscirsene con i propri cattedratici “l’avevo detto io”.

Eppure io non riesco ad essere catastrofista totale, e proverò a spiegare il mio punto di vista, rinunciando al più clamoroso di tutti i vantaggi, ossia aspettare la fine del torneo per poter pontificare forte del “senno di poi”. 

Tento un’analisi sull’indoor, dove credo di essere più ferrato, ed inizierei dal maschile. 

Personalmente, ritengo che ci si trovi in un periodo storico con un equilibrio al vertice come non lo si era mai visto. 

La possibile ragione? Non ci sono più gli squadroni dominanti come negli anni di tirannia dell’URSS, degli USA, dell’Italia e del Brasile in epoche diverse? Oppure c’è stato un livellamento verso l’alto? Difficile stabilire quale sia la reale ragione, soprattutto perché ogni squadra è figlia del proprio tempo e risulta difficile porre in essere confronti in termini di valore assoluto fra compagini che hanno fatto parte di periodi storici diversi. Pertanto mi limito a prendere atto di questo equilibrio, senza ipotizzarne una ragione.

Ritengo siano nove squadre di vertice sullo stesso livello, di cui sette presenti alle olimpiadi, ed altre quattro che, se in giornata, sono in grado di poter impensierire seriamente ognuna di queste.

Tra le top nine, sono rimaste fuori dalla manifestazione olimpica la Germania e, soprattutto, la Serbia. Occorre a questo punto ricordare come sia stata l’Italia a precludere l’accesso di quest’ultima con un bel 3-0 in un raggruppamento nella regione del nostro vicepresidente globale AT 😊. Questo successo rappresenta sicuramente una nota di merito per la nostra squadra, e questo andrebbe ricordato.

Ma vediamo all’analisi di quanto successo a Tokio. Occorre innanzitutto sottolineare che la nostra formazione ha avuto la sfortuna di essere inserita nel girone facile. Questa apparente contraddizione si spiega facilmente con la certezza di dover affrontare un’avversaria fortissima al primo turno di eliminazione diretta… a prescindere dal proprio piazzamento. Nel nostro girone vi era infatti solo la Polonia delle grandi favorite per la vittoria finale, ed è stata l’unica con cui abbiamo perso, dopo averla affrontata senza Giannelli e con uno Zaytzev malmesso. Abbiamo però regolato tutte quelle alla nostra portata a cominciare dalle insidiose Iran (che aveva appena battuto la Polonia) e Giappone, squadra di casa.

Quindi, nel girone, bene o male, il nostro lo avevamo fatto.

Nell’altro girone erano invece 5 le big a contendersi i 4 posti utili per qualificarsi per i quarti di finale. Come previsto, grande equilibrio… anche se la Russia (o Comitato Olimpico Russo) è sembrata avere qualcosa di più. Alla fine, lotta intensa fino in fondo e, dopo che, prima Argentina e poi Francia, sembravano già eliminate, ecco che sono stati gli USA a fare le valige a sorpresa e ad andarsene prima degli scontri diretti.

A quel punto a noi il sorteggio poteva assegnare il Brasile o l’Argentina, il cui scontro diretto si era concluso in un appassionante tie-break al termine della solita equilibratissima sfida sudamericana. Ed a noi sono toccati De Cecco e compagni. A quel punto ho sentito intorno a me una comprensibile gioia per avere evitato la nostra bestia nera verde-oro, ma anche un ingiustificato ottimismo rispetto alla possibile facilità di passare il turno.

Mi sono sentito quasi in dovere di riportare tutti i miei interlocutori con i piedi per terra, cercando di fungere da pompiere verso i facili ottimismi. 

Argomento principale utilizzato?

“Indicami la formazione ideale prendendo uno ad uno i giocatori delle due squadre”. Tutti, all’inizio, ridacchiavano…. per poi meravigliarsi di come, alla fine questa “loro” formazione fosse formata da 4 elementi biancocelesti e 3 azzurri, o, ancora più spesso, da 5 argentini e 2 italiani.

Alla fine infatti il sestetto+1 più “votato” prevedeva De Cecco in regia, Zaytzev opposto, Looser e Solè al centro, Juantorena e Conte di banda e Danani libero.

Quindi, niente di scontato, la vittoria sarebbe stata appannaggio di chi avrebbe approcciato meglio la gara e avesse dimostrato di avere più… garra.

Alla fine qualcuno dei protagonisti attesi ha un po’ deluso, qualcuno come Giannelli ha fatto il suo e qualcuno come Osmany ha disputato una grande partita. Ottima invece la prova di alcuni degli attori meno attesi come un grandissimo Alessandro Michieletto e gli argentini Palacios e Lima.

Quindi… delusione?? Un po’ sì, come sempre accade dopo qualunque eliminazione in qualsiasi turno delle olimpiadi avvenga. Solo chi vince l’oro alla fine non lo è. 

Sì poteva fare qualcosa di più? Qualcosa sicuramente sì, soprattutto con il già citato senno di poi. Ragionando però nella maniera più imparziale possibile, devo ammettere a denti stretti che ci stava anche questa sconfitta, soprattutto se maturata in un match molto equilibrato.

Rammarichi? Si poteva fare meglio in qualcosa? Sì. So che tutti ora saranno pronti a tirare la croce verso l’allenatore e soprattutto il nostro capitano. Io però non sono così categorico. Ivan ha preso una giornata storta dal punto di vista dell’efficienza realizzativa e questo, chi ha giocato certe partite, sa che può succedere… e non c’è nulla da fare. Dove abbiamo invece peccato è stato nel non sapere leggere le differenti fasi della partita. Ci sono stati almeno tre momenti per la battuta e due per il muro in cui andavano fatte delle scelte di squadra molto differenti e non si è stati abbastanza veloci nel mettere in pratica quanto anche la stessa panchina stava indicando. Questi cambiamenti di strategia ci avrebbero permesso di mantenere quella continuità che, FORSE, non avrebbe permesso agli argentini di rialzare la testa nei loro momenti di difficoltà.

Più veloce l’analisi sulla squadra femminile. Abbiamo cominciato dimostrando il nostro valore, rullando e facendo perdere molte delle proprie convinzioni a due grandi favorite come Russia e Turchia (convinzioni non più riacquisite fino all’eliminazione). 

E poi? Una volta avuta la conferma che eravamo forti, si è forse guardato un po’ troppo al contorno e all’estetica pallavolistica individuale, piuttosto che continuare a menare con un gran lavoro di squadra e cinica concentrazione. Questo ci ha portato prima a perdere le ultime due partite del girone e poi ad affrontare una Serbia molto quadrata, quando le nostre ragazze erano ormai prive di molte delle proprie certezze. 

Cosa mi ha spinto ad ipotizzare che si è cominciato forse a guardare (magari inconsciamente) troppo al sé stesse prima che alla squadra? Poca comunicazione tecnica in campo fra le atlete, gente in ricezione che cercava di restringere il proprio campo d’azione, inadeguato aiuto a muro ma, soprattutto, il preferire il rischio di far finire fuori il proprio attacco, piuttosto di rischiare “l’onta” della murata (cosa che non ha invece mai condizionato Boskovic e co.). Un muro puoi provare a rigiocarlo mentre, quando la palla va fuori, ne puoi solo prendere atto.

Si può parlare di delusione in questo caso? Purtroppo direi proprio di sì :-(

Carlo Alberto Cova


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